Baggio: “Trapattoni come un padre per me. Buffon? Campione già da giovane”

L'ex centrocampista e protagonista di una lunga carriera in Serie A, ha ripercorso le tappe più significative della sua carriera

Dino Baggio, ex centrocampista della Juventus e protagonista di una lunga carriera in Serie A, ha ripercorso le tappe più significative della sua vita sportiva durante un intervento a Radio TV Serie A nella trasmissione “Storie di Serie A”. Cresciuto a Tombolo, in provincia di Padova, ricorda le umili origini e il trasferimento giovanile a Torino, dove approdò nel settore giovanile del Torino all’età di tredici anni. Quasi dieci anni dopo, iniziò il percorso tra i grandi passando in prestito all’Inter, prima di vestirsi di bianconero e vivere poi un lungo e intenso periodo a Parma, società che considera “casa”. Il suo viaggio calcistico proseguì con Lazio, Blackburn e infine con le esperienze finali ad Ancona e Triestina.

Parlando degli anni emiliani, Baggio ha ricordato i tecnici che più hanno inciso sul suo modo di giocare: Scala, con cui vinse la Coppa Uefa, Ancelotti – “il ‘figlio’ di Sacchi” – che lo stimava particolarmente, e Malesani, altro allenatore con cui sollevò trofei importanti. Da ognuno ha tratto insegnamenti tecnici e umani, soprattutto riguardo al rispetto e alla professionalità.

Cosa distingue i bravi giocatori

Il tema dell’umiltà per Baggio è centrale: arrivare in alto senza dimenticare le proprie radici rappresenta, a suo dire, la qualità che distingue i grandi giocatori. Tra le sue caratteristiche in campo sottolinea la capacità di inserirsi senza palla, movimento che definisce difficilmente marcabile e determinante nelle sue stagioni migliori.

Ha parlato anche della visione di gioco, qualità che ritiene innata ma perfezionata grazie ai suoi allenatori: la capacità di leggere l’azione un attimo prima degli altri gli permetteva di finalizzare o trovarsi nel posto giusto. I suoi riferimenti tecnici erano calciatori completi come Antonioni e Tardelli.

Su Ancelotti ha ricordato come fosse già un leader in campo, capace di entrare nella testa dei giocatori e di valorizzarli umanamente prima ancora che tecnicamente.

Ampio spazio anche alle esperienze in Nazionale: dal Mondiale del ’94, segnato dal clima difficile e dalla rimonta del gruppo dopo la sconfitta iniziale con l’Irlanda, fino all’avventura del ’98, chiusa con il rammarico del golden goal mancato contro una delle squadre più forti del torneo.

Tra gli avversari più ostici cita Zidane, mentre tra i compagni di Parma preferisce parlare di un collettivo unito più che di singoli leader, pur riconoscendo figure carismatiche come Minotti, Apolloni e Cannavaro. Oggi, lontano dal campo, coltiva la passione per la Formula 1, seguendo in particolare McLaren e sperando in un ritorno competitivo della Ferrari.

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